TESTIMONIANZE
ANNI 70-80
Le persecuzioni televisive
difficilmente ci permettono, anche se lo volessimo, di restare
interamente digiuni intorno alla multiforme, ma nel complesso
monotona, tipologia sotto la quale si presenta il flagello
di Dio del “Cantautore”. Parlo
, beninteso, di quel cantautorismo (o canzonismo) che allarga
i vuoti dell’anima e del cervello e dà il suo
contributo a promuovere una nuova antropologia sbracata,
becera, canagliesca e strafottente.
Oppure c’è l’altro cantautorismo,
quello progressista e dissacratorio, quello caro ai “padroni
del pensiero” che,
nell’applaudirlo, fanno vanto ed esibizione della loro intellettualità d’avanguardia.
L’incontro/concerto con Claudio Chieffo è una cosa
totalmente diversa e, bisogna dirlo, sorprendente. Intanto niente
divismo, nel modo più assoluto. Il che non significa
solo che Chieffo non ha l’aria di recitare una parte, ma soprattutto
che non si sente diverso da te e che anzi canta a nome tuo. E
non sono soltanto parole o intenzioni : è proprio vero; mentre
ascolti sei, davvero, direi quasi, costretto a cercare qualcosa di
te nella canzone (e in te stesso) per un fenomeno di coinvolgimento
che ti personalizza di fronte a lui che canta, che ti lascia essere
te stesso perché non ti impone un idolo, ma ti propone un
interlocutore che vuol esserti e si fa sentire amico.
Una qualità sorprendente delle sue canzoni è l’espressività dei
testi; una espressività che si potrebbe definire da naìf per
la ricchezza di contenuti umani offerta in versi elementari e disadorni;
in alcuni di questi la poesia e la preghiera fanno un’unica
cosa.
C’è della musica che fin dal primo ascolto ti dice tutto
quello che ha da dire; la senti una seconda volta e non ha più alcun
mistero da svelarti, ti ha già saziato. Ma quando una
musica, come quella di Chieffo, continua, per successive audizioni,
a donarsi con sempre maggiore espressività ed incisività e
acquista via via profondità, ricchezza e forza di suggestione
restando sempre nuova e capace di stupirti, allora a me pare che sia
buona musica. Il respiro religioso dei suoi testi (e della musica:
bisognerà tener presente che solo astrattamente se ne può parlare
come di due cose distinte) si nutre di una pensosità e di un
abbandono “naturali”, così che possono sopportare
una lettura pre-cristiana che penetra anche nel cuore di chi non sia
cristiano; purché concepisca il canto come un momento di esperienza
totale, espressione e confessione di umanità colta alle radici
dell’essere (anima e corpo) con tale sentimento di confidenza
e di attesa da darti, a volte, l’impressione della vertigine
come quando ti capita di affacciarti sul Mistero.
Luciano
Marigo - Scrittore , Corriere
di Vicenza ,
1976

Il
fatto è che
le canzoni di Claudio Chieffo di tutto sanno meno che di sagrestia.
E questo per due motivi.
Primo , perché parlano delluomo alluomo, luomo in
cui si agiti anche solo per un istante il fondo della questione, cioè il
problema della sua verità e del suo destino ( al di là di ogni
etichetta ideologica e confessionale ).
Secondo, perché il punto di origine, il getto di ispirazione di questo
cantautore vagans non è una idea, come programmaticamente facevano gli
impegnati di ieri, né una suggestione o un sentimento solo, come erraticamente
fanno gli spiantati ( cioè gli orfani del 68 ) oggi, ma un incontro,
la realtà di un rapporto strutturale, operante a livello antropologico ,
con quella realtà di Chiesa che va sotto il nome pluricomprensivo di movimenti.
E questa concretezza, questa fissazione ombelicale che rende emozionante,
fisicamente interattivo il canto di Chieffo. Perché gli permette di
parlare delluomo e di Dio, del peccato delluomo e del perdono di
Dio, e poi dei figli del creato, della donna e dellamore della casa,
del mare, del cavaliere e del suo cavallo degli occhi di Dio, delle favole
e degli anni che passano da uomo, in piedi. Davanti a sé e agli altri,
con uno sguardo da uomo. Perché altri possano guardarlo ed ascoltarlo
da uomini.
Catalogo del Meeting di Rimini 1988. Ma le canzoni di Claudio Chieffo le
si ama anche per altro. Cè in esse qualcosa che definirei un quid
inafferrabile che percuote emotivamente, un quid che non è strettamente
riconducibile a grandezza musicale o poetica, è una genialità che
cè e non si discute e, come per tutti i canzonettari di razza
(e Chieffo certamente lo è ) non è qualcosa di programmabile,
ma, quando cè, è autentico conforto, provocazione, come
testimoniano i tanti amici che, nel tempo, gli hanno conquistato le sue canzoni.
Massimo Bernardini, Il Sabato, 21 dicembre 1985

Parlare
di Claudio vuol dire incontrare attraverso di lui il mio proprio
dono, dunque parlare di lui è unoccasione che Dio
mi ha dato per fare ulteriore chiarezza in me stesso. Daltra
parte la creazione dellarte è un tutto, e per tutti
ha la stessa dinamica: vuol dire dover morire, subire una morte,
una croce per lasciar posto alla gloria. Il dono di Dio è la
creatività e non cè nessuna differenza tra
il fare una canzonetta o il divenire Stravinskij: è la stessa
sofferenza e la stessa gloria.
Perché nasca il figlio dello spirito, che è lopera darte,
lartista deve passare per una sproporzione dolorosa, uno svuotamento,
in modo che lo spirito abbia la libertà di far nascere il figlio, lopera
darte. Nellattimo in cui la mia opera è concepita in me,
io riconosco il vuoto che sono diventato per un attimo e poi, gravido, non
ho che da attendere lora del parto.
In Claudio, concepimento, gravidanza e parto avvengono tutti insieme e non
nella privacy del suo studio, come è per me, ma davanti alla gente quando
canta in concerto. Claudio muore di fronte al mondo, alla curiosità del
mondo, alla sua cattiveria come alla sua bontà, al punto che il mondo,
se vuole, può anche limitarsi a godere del suo morire, senza neanche
prestare attenzione a quel che sta cantando ( che grande sofferenza deve essere
questa ). Ciò crea in lui una tensione massacrante, perché il
canto non è mai disgiunto dal morire, ma nasce proprio dentro al suo
morire.
E uno spettacolo cruento: Claudio deve aver fede proprio perché dentro
al suo morire, e questa è la cosa difficile, più soffre e maggiore è la
garanzia che sarà la gloria ad erompere, gloria che sarà il canto
nato, cioè il canto come unicum, e non come una routine, come
canzone che ogni volta è cantata come se fosse la prima e lultima.
Anche questa è una prova terribile. Come è terribile per lui
non potersi fermare durante un concerto ( diversamente da me che posso fermare
quando voglio il mio lavoro ad un quadro ) nel creare il suo canto.
Ci vuole grande fede e passione per coloro che lascoltano perché egli
accetti tutto questo.
William
Congdon, Il Sabato, 21 dicembre 1985

Nelle
canzoni di Claudio cè unonestà, una pulizia,
un amore naìf che fa pensare. Siamo profondamente diversi,
non solo per le sicurezze che lui ha e che io non ho, ma soprattutto
perché nelle sue canzoni lui non fa mistero delle sue certezze.
Io, devo dirlo, sono nemico di questo genere di canzoni, così chiare,
limpide, senza incrinazioni che non conducano, alla fine, al centro da cui
sono partite. E quelle stesse canzoni, le sue più famose e popolari,
quando le ho sentite cantare in coro dalla gente mi sono sempre sembrate un
po stucchevoli
Ma cantate da lui, devo riconoscerlo, hanno il loro spazio, riprendono tutta
la loro credibilità. Certo allora non è un problema di mancanza
di credibilità della sua gente, semmai della mia diffidenza di
pelle da tutto quanto non è individuale, solitario. In lui, peraltro,
nellattenzione con cui ha seguito in tutti questi anni il mio lavoro,
ritrovo quellaffetto che ho scoperto al Meeting di Rimini, quellaccoglienza
che forse mi ha stupito al di sopra di ogni altra cosa.
Di diverso in lui cè forse una netta mancanza di ambizioni,
una non imprenditorialità che tuttavia è anche il segno della
sua profonda integrità. Non è distacco dal commercio, dallindustria,
per convinzioni personali, e neppure per ragioni ideologiche: è qualcosa
che nasce dal profondo, un desiderio di non svendere frettolosamente quello
che in questi anni ha tanto faticosamente conquistato. Gli auguro altri anni
di lavoro, di canzoni, di certezze, e non posso che ringraziarlo per la simpatia
con cui ha sempre guardato i miei dubbi.
Giorgio Gaber, Il Sabato, 21 dicembre 1985
Si
dice che per fare un buon concerto occorrano diversi ingredienti:
buona musica, buoni testi, un bravo interprete e soprattutto
una buona dose di feeling
la musica di Claudio Chieffo è fresca,
onesta, pulita, sempre ispirata, la più recente come quella
delle sue prime esperienze giovanili.
I testi? Sono le canzoni di un poeta. Di un vero poeta che, con
il canto, prega. Semplici, pieni di una luce intensa che si riverbera
nel cuore altrui. Linterprete?
Con la sua bella voce virile e vellutata a un tempo, piena di sobria dolcezza
non ha davvero nulla da invidiare ai più celebri cantautori, semmai
solo qualcosa da insegnare loro
Quanto al sentimento, ma lui direbbe speranza,
perché le sue sono davvero le canzoni della speranza ( ma aggiungiamo
anche della gioia; e quanta ce nè raccolta dentro ), eccola fin
dal momento in cui, a luci smorzate, attacca quella ballata della società che è diventata
un po linno per farsi subito riconoscere.
Domenico Rigotti, Avvenire, 1985

Il suo guaio maggiore (bisogna pur dirle queste cose,
anche a costo di apparire integralisti in quei settori
che detengono il monopolio della cultura ) è quello
di portare una testimonianza squisitamente cristiana parlando delluomo,
del senso della vita, del tempo, dellamore, del dolore, della fatica,
dei rapporti tra padre e figlio, dellamicizia, della libertà e
della giustizia. Ma soprattutto presentandosi come uomo di fede, convinto che
solo questa è capace di cambiare la nostra vita e il nostro modo di
essere tra la gente.
Ha detto Andrej Sinjavskij: Vorrei nella mia vita aver fatto una canzone
che esprimesse così bene il bisogno di liberazione di un popolo!.
Si riferiva a Il popolo canta la sua liberazione di Claudio Chieffo.
Madre, maggio 1980 editoriale. Il senso della festa, infatti, caratterizza
le canzoni di Claudio Chieffo, festa che è anche soltanto attesa di
quella più grande, che è tensione ad una gloria , anche se la
guerra impazza, anche se lImperatore rischia di opprimere Martino , anche
se la casa è piena di contrasti e il tempo perduto sembra talora gravare
sul cuore. Qui la parola diventa suono evocativo come la musica e la musica racconta come
le parole, semplici e senza equivoco.
Fanny Monti, Il Resto del Carlino, 9 marzo
1980

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